"Tu prova ad avere un mondo nel cuore e non riesci ad esprimerlo con le parole"
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Deux et deux quatre / quatre et quatre huit / huit et huit font seize...
Répétez!, dit le maître
…
Deux et deux quatre / quatre et quatre huit / huit et huit font seize…
…
Cosa c’è lassù che brilla, che sfarfalla, che mi fa l’occhiolino?
[Dove? Io non vedo niente…]
[Per forza, sbirci troppo sul mio quaderno!]
[Dove? Io non vedo niente…]
[Non il lampo del fotografo, quello è un fuoco di paglia!]
[Dove? Io non vedo niente…]
[Testa china e paraocchi, e mandi giù a memoria le tue formiche]
…
Deux et deux quatre...
Répétez ! dit le maître
…
Ripetere, ripetere… Ripeto, c’è qualcosa sul soffitto che sberluccica. Ma non lo vedete? E se non lo vedete, allora è per me, me lo prendo io, ecco, salgo sul banco e poi basta che mi allunghi un poco, ancora un po’, ci sono quasi, lo sento tra le dita, pulsa, senti come pulsa, sembra roba viva, e non brucia, non da fuori almeno, ma ha come un ripieno di fiamma, di fiamma fondente… è, è, è bellissimo, e strano, e… ecco, nel taschino della camicia, a far compagnia al cuore, ovvio…
…
quatre et quatre huit / huit et huit font seize /
et seize et seize qu'est-ce qu'ils font ?
…
Non fanno niente sedici e sedici, e soprattutto non trentadue. E anche otto e otto hanno smesso di fare sedici, e quattro e quattro oggi fanno altro, e due e due lasciano che gli altri facciano quello che vogliono e uno e uno si mescolano tra di loro e dispettosi fanno sempre uno, o al massimo undici, o al massimo se ne vanno e non ne resta più neanche uno, di uno.
…
le professeur crie :
Quand vous aurez fini de faire le pitre!
…
Quando avrò finito… quando avrò finito di fare il pagliaccio, sarà tutto come prima, per voi, tutti ai nostri posti, per voi, tutti a ripetere la lezione, per voi, tutti secondo lo schema, per voi, ma con un’idea in tasca in più, per me.



…
shock.
e chi non ci crede, chi dice che è matto e chiama la neuro, chi è scettico e montagne e mari nuovi cosa sono, sono nient’altro che trucchi, chi ci crede e non lo dice. chi ci crede davvero e lo segue: è già molto più raro.
fatto sta: la strada c’è. e andarci sopra è questione di gusti e di voglia. e comunque, volenti o nolenti, i conti con lei, da adesso in poi, si cominceranno a fare per davvero.
colombo, un giorno, sconvolse le placide menti dell’epoca affermando a gran voce che lui sì che sapeva come arrivare nelle indie: facendo la strada dall’altra parte.
e chi non ci credeva e lo pigliava per il culo, chi diceva che era matto e non ha chiamato la neuro solo perché all’epoca non l’avevano ancora inventata, chi era scettico e si piangeva addosso con storie di cadute nel nulla e mostri vari in attesa di un pranzo di uomini e punizioni divine per aver osato pensare di sfidare…. chi ci credette davvero, invece, e gli affidò tre caravelle. alla fine vinse lui. e chissà cosa poteva ancora scoprire se solo l’america non gli si fosse messa per traverso.
galileo e copernico, un giorno, sconvolsero le abitudinarie credenze dell’epoca affermando a gran voce che, nell’universo, non era la terra il centro di tutto – e di conseguenza nemmeno l’uomo -, che era un po’ come dire che tutti si erano sempre sbagliati fino a quel punto lì, con buona pace di precetti religiosi comuni e avallati e fatti obbligo di legge.
e chi non ci credeva e gli tentava di dimostrare non scientificamente qual era la reale realtà, chi diceva che eran matti e non chiamarono la neuro ma l’inquisizione, che a conti fatti era pure peggio, chi era scettico e neanche quelli se la passavano molto meglio. chi ci credeva ma lo diceva sottovoce che eppur si muove, perché sì, in fondo han ragione loro, ma date le circostanze al contorno, a volte eccessivamente focose, si reputava meglio salvare l’onor della propria pellaccia che quello della scienza. alla fine vinsero loro. e tante scuse, con capi cosparsi di (rada) cenere e riabilitazioni, ovviamente postume.
elvis e i beatles, in un decennio, sconvolsero le assodate convinzioni musicali dei contemporanei, suonando semplicemente in modo diverso le stesse sette identiche note di sempre.
e chi non ci credeva e diceva che ai sordi non dovev’essere permesso di suonare che poi si sentono i risultati, chi diceva che erano matti e ai concerti non ci andava ma ci mandava la neuro sperando che…, chi era scettico ma comunque li ascoltava lo stesso che sia mai che. chi ci credeva e per questo lo urlava, lo danzava, lo testimoniava, a tutta voce, a tutto corpo, a tutto tempo, andandoci, ai concerti. alla fine vinsero loro e pazienza se oggi paghiamo quella loro intuizione con le spice girls e tiziano ferro (a certa gente va davvero spiegato che, se sei strapiombo, non è il caso di mettersi a scavare strade di raccordo)
con l’arte è esattamente la stessa cosa. e quello che ne è nato lo abbiam chiamato avanguardia. in pratica, uno tsunami nel concepire e indirizzare e fare materialmente arte. il tutto accadde per i primi quarant’anni del 1900. e l’onda lunga dei nuovi paesaggi ci arriva ancora qui, ai nostri tempi.
con l’amico tristan, si pensava di fare questo: prendersi giusto il tempo di mettere qualcuna di queste avanguardie sotto la lente del microscopio e di vederci chiaro, con i nostri occhi, che montagne, che pianure, che mari si vedono da lì. e di stupircene un po’, che fa sempre bene. abbiamo pensato di farlo a post alterni: un po’ qui e un po’ là. per vedere lo strano effetto che fa.
(prego, signore e signori, siete pregati di accorrere numerosi e di prendere posto. ah, le cinture di sicurezza, allacciatele, è meglio…)

avevo un poster. lucido, coreografico e ben strutturato, con il suo vestitino squadrato e sbaluginante di colori. ad intravederlo, lo avresti detto un arlecchino happy hippy, senza indovinargli l’animo studioso e il futuro innovativo.
avevo un poster tutto in testa, prima, e poi ce l’ho avuto tutto in mano, che mani di giovine vecchio avezze a questo genere di cose me lo avevan consegnato, come si consegna senza troppa partecipazione un pacco della spesa. mi disse che era nato sano e robusto e forte. certo, non ci voleva davvero quell’imperfezione così sfrontata, quel neo deturpatore proprio al centro della faccia. ed insistendo per spiegarlo, cominciò ad indicarmelo con dita accusatorie avezze a questo genere di cose. lo teniamo ugualmente?, mi chiese a filo di voce. e senza guardarlo in faccia, non persi certo tempo ad immaginarmi un sorriso e stringere solo un po’ più forte, incamminandomi alla porta.
avevo un poster che ho portato a spasso per un angolo di mondo. nel giardino adibito, gli ho insegnato a conquistarsi l’aria e lasciato libero di giocare. sotto il sole poco autunnale, ha fatto girotondo con amici occasionali conosciuti lì per lì, mentre gli occhi attenti dei padri si riempivano di orgogliosa partecipazione e a turno ne elogiavano l’innocente perfezione.
* * *
avevo un poster.
ora vive su un’anonima parete al color di canarino imbalsamato, in un ufficio troppo piccolo per non sentirsi soffocare e senza sbocchi possibili alla luce del sole: e lo si sa che certi neon non han la grazia sufficiente per illuminare cosicchè il pallore si tramuta in condizione esistenziale.
sta di fianco ad una locandina di un vecchio film francese, con certe illustrazioni che, a guardarle, ti vien voglia di ricalcarle volentieri a mano libera e, seguendo i contorni dell’inchiostro, perdersi per la scusa di ripassarci sopra un’altra volta.
vivono insieme e, parlando spesso del futuro, sospirano nel guardare la parete di fronte ancora spoglia, chè sarebbe bello veder girare per la stanza un paio di manifesti nei quali rispecchiarsi.
vivranno insieme finchè colla non li separi: e allora, piegato il foglio morbidamente, sarà solo un piccolo afflosciarsi a reclamarci alla sua ultima attenzione, mentre una macchia più chiara, sulla solita parete, sarà l’unico segnale visibile a raccontarci della sua esposizione. e, forse, non visto e non creduto, osserverà tutti quanti da qualche privilegiato espositore dalle cartiere dell’ultimo editore.
fu vera gloria?
ai poster l’ardua sentenza.


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